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Novità e approfondimenti a cura della Dott.ssa Tumminia

CHEROFOBIA: Felicità ? No, grazie

E cerco ogni forma di dolore, mischiata al sangue col sudore, e sento il respiro che manca e sento l’ansia che avanza. Fatemi uscire da questa benedetta stanza. Questa è la mia cherofobia. No, non è negatività , questa è la mia cherofobia. Fa paura la felicità…”  ( Martina Attili “Cherofobia”)

Portata all’attenzione dalla cantante Martina Attili attraverso una canzone autobiografica ascoltata nel conosciuto programma XFactor, ci aiuta a far conoscere un problema in realtà molto più diffuso di quanto si creda…

Pur non essendo presente come disturbo specifico nel DSM V , il manuale riferimento dei disturbi psichiatrici , la cherofobia, altrimenti detta “paura della felicita’”, si può a tutti gli effetti considerare come patologia sempre più diffusa nel sociale, paradossalmente in crescita in maniera direttamente proporzionale all’evolversi del benessere e dell’avanzamento tecnologico….

Non rientrando in una specifica categoria diagnostica, molti orientamenti terapeutici tendono a considerarla principalmente come appartenente ai disturbi d’ansia, confinandola nella sottocategoria nominata come “ansia anticipatoria”: andare in ansia “in anticipo” per qualcosa che probabilmente non accadrà mai o non con la frequenza con cui ci si aspetta , evitando o sottraendosi da comportamenti che potrebbero causare un’eventuale realizzazione dell’evento temuto. Nel caso del cherofobico si evita la felicità prevedendo che, se vissuta o assaporata, certamente a questa seguirà dolore e tristezza. Il pensiero quasi scaramantico del cherofobico porta lo stesso ad entrare in un circolo vizioso di sottile ma molto sentita e vissuta vita sotterranea , un mondo a parte di malinconica realtà .

A sproposito paragonata con la depressione, in realtà si distingue nettamente dalla stessa : il depresso è triste, il cherofobico non necessariamente, semplicemente EVITA la felicità .

In che modo la evita?

In modalità principalmente agite, comportamentali:

  • Evitamento a partecipare a ritrovi, feste ed eventi piacevoli ( pensando che qualcosa dopo rovinerà la festa )
  • Evitamento di situazioni od offerte migliorative per la propria vita ( immaginate come preludio di successive “catastrofi”)
  • Evitamento percettivo nel “sentirsi troppo contenti per qualcosa” , ritenendosi in tal caso responsabili delle successive sciagure avendo prima “troppo gioito”.

 

Da cosa dipende l’atteggiamento cherofobico?

Non esiste in realtà una causa data come “scientifica” o attendibile in maniera oggettiva , sembra che , però , su campione di indagine su soggetti cherofobici, l’ “avversione alla felicità” sia stata riscontrata maggiormente in soggetti con almeno una di queste caratteristiche:

  • Trauma passato difficilmente o mai elaborato che ha causato una sofferenza insopportabile tale da avere provocato una generalizzazione percettiva circa ogni tipologia di evento ( positivo e/o negativo ) percepito come possibile generatore di un nuovo dolore
  • Personalità già predisposte alla solitudine e/o introversione

Sono generalmente maggiormente sensibili , percepiscono ed empatizzano con la sofferenza degli altri e sentono in maniera amplificata la propria ma, nel caso del cherofobico, viene enfatizzata in maniera enormemente malinconica ed insopportabile, tanto da non volerla ripetere.

  • Educazione ricevuta rigida e censurante l’eccesso di allegria

Esistono anche teorie relative al cherofobico adulto che, da bambino, avrebbe ricevuto un’educazione in cui l’ “apparenza e l’immagine da mostrare all’esterno”  risultavano regola ferrea da applicare, famiglie in cui , per esempio, ridere in pubblico o rumorosamente veniva visto come atteggiamento da censurare e riprendere severamente, provocando nel bambino rabbia e rinunce dimostrative di una parte del sé importante , quello relativo all’impluso alla vita.

  • Predisposizione temperamentale soggettiva

Sembra che esistano bambini che, già da molto piccoli sembrino, a sorpresa per i genitori, refrattari alla felicità , nonostante nascano e crescano in famiglie tranquille.

Considerando come la nostra personalità sia formata da due parti ( il “carattere” – modificabile in tutta l’arco della vita in base agli eventi che ci capitano ed influenzato dall’ambiente familiare ed il “temperamento” – altrimenti detto la “predisposizione ad essere” , soggettivo ed unico stampo individuale del soggetto specifico al di là della influenze esterne ), sembrerebbe che alcuni cherofobici nascano così ma, non per questo, non possano essere aiutato ad apprezzare la felicità .

Come aiutare un cherofobico ad amare le felicità e non averne paura?

Diviene importante ed utile , con questi soggetti un  approccio terapeutico contemporaneamente educativo.

Innanzi tutto è utile comprendere se possono essere esistiti eventi passati già enormemente difficili anche solo da far riaffiorare che possano rientrare nella casistica del “trauma”.

Tra le tecniche terapeutiche od integrative utili a predisporre un cambiamento circa il modo di interpretare felicità / tristezza, evento piacevole/ spiacevole, sono utili le tecniche meditative / di rilassamento poi integrate da approcci “opposti” di tipo pragmatico cognitivo volti a permettere una reimpostazione di stereotipi mentali acquisiti e cristallizzati sul modo di intendere la vita.

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