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Novità e approfondimenti a cura della Dott.ssa Tumminia

Come si fa ad imparare a FIDARSI degli altri?

Non delegando a terzi la responsabilità  della nostra felicità ma a noi stessi: maggiore è l’aspettativa verso l’altro, minore sarà la possibilità reale di riuscire a fidarsi.

Quando mi capita, in realtà spesso, di ascoltare storie di persone angosciate ( nel vero senso del termine) dalla propria incapacità di fidarsi degli altri – soprattutto se si tratta di potenziali nuove relazioni amorose – l’unico elemento analizzabile come radice del problema e’  la paura .

La paura è l’emozione dell’allerta… ma da cosa o da chi dobbiamo stare in allerta, difenderci ed autoproteggerci? Certamente dalla paura di rimanere delusi.  Ogni volta che ci poniamo umanamente delle aspettative verso l’altro in relazione a noi,  la difficoltà maggiore – di cui però spesso non ci rendiamo minimamente conto – riguarda proprio la variabile “ intensità d’investimento”:  fino a che punto, quanto sto investendo sull’altro come artefice della mia felicità relazionale affettiva?

Maggiore è  l’aspettativa verso l’altro , minore è la possibilità  reale di riuscire a fidarsi.

Le motivazioni sono semplici se lette in termini di matrice puramente psicologica:

  1. Delegare maggiormente all’altro che a se stessi la riuscita del proprio futuro affettivo, porta a concentrarsi in modalità ansiosa verso l’analisi di ogni movimento, spostamento , parola e/o azione del potenziale partner /amico , alla continua ossessiva ricerca di “prove concrete” di “serietà comportamentale “ in termini di “previsione” futura che, in realta’, non potrà mai corrispondere ad una concreta certezza: per natura semantica la fiducia nasce proprio come un “affidarsi” ad un’incertezza a cui decidiamo di credere senza criteri razionali, ma solo per FEDE verso un “semi-sconosciuto”  che mai diverrà davvero “conosciuto”, nemmeno dopo trent’anni di vita insieme.

L’ansia nell’ “indagine” su prove di fiducia porterà facilmente nell’improvvisato “investigatore” un tale stato di insicurezza emotiva – tradotta in termini comportamentali in “sospetto costante” – da rovinare comunque a priori la potenziale relazione, venendo meno il clima di serenità  ed accoglienza fiduciosa dell’altro che un’affettivita’ sana prevede.

 

  1. “Troppa” aspettativa verso l’altro significa un po’ meno verso se stessi, andando ad aprire il vasto capitolo dell’ autostima raggiunta…

Riuscendo a comprendere e “sentire” che abbiamo già individualmente innato un bagaglio interiore personale predisponente per essere felici, siamo in grado di RILASSARCI  verso l’altro RILASSANDOLO, togliendogli il carico della responsabilità della  nostra felicità .

Il clima di “rilassatezza” relazionale porta a comprendere e valutare gli altri non come la “causa” della nostra felicità ma come “completamento”  di una vita personale che deve essere appagante indipendentemente dall’incontro avvenuto: chi ci incontra non vuole trovare una persona triste da “salvare” ma una allegra che si è già salvata da sola , con cui condividere la leggerezza dell’impegno, non la pesantezza di due irrisolutezze vaganti nel nulla dell’incertezza decisionale…

 

E se nonostante la consegnata fiducia finisse “male”?

Se umanamente ci sarà comunque uno sconforto iniziale, di durata più o     meno variabile  in base a concause motivazionali, la persona con una vita gia’ personalmente appagante ( es . un lavoro che piace, passatempi , passioni, uno stile di vita verso il positivo) avrà comunque una modalita’ di reazione maggiormente volta verso l’ accettazione degli eventi come parte della propria storia di vita, senza sete di vendetta e sentimenti d’odio, fiduciosi in qualcosa di migliore che arriverà dopo, riponendo la propria storia fallimentare come un capitolo della propria vita da cui imparare.

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