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Novità e approfondimenti a cura della Dott.ssa Tumminia

Il “Buonista”: masochista verso se stesso e gli altri

La società si sta sempre più ribellando di fronte alla percezione di “eccessiva clemenza” verso “chi sbaglia”…. Ma quali meccanismi psicologici si celano dietro la personalità “ipercomprensiva” ?

Se è sicuramente vero che le persone con un atteggiamento positivo verso la vita sono maggiormente predisposte all’accrescimento ed al mantenimento a lungo termine del proprio benessere psico-fisico, diventa comportamento controproducente laddove la visione “fantastica” del sociale ( sempre salvato ed assolto ) si strutturi come unica possibilità di percepire la realtà ed i personaggi che ne fanno parte. Il “Buonista” tende a dare fiducia a priori, costringendosi a non voler vedere chiari segnali di poca coerenza  ed inganno nell’interlocutore, anche a dispetto di un’oggettiva evidenza.

Per questo motivo risulta essere il predatore ideale del manipolatore ( inteso sia come individuo che come gruppo  sociale) ben consapevole della fragile struttura comportamentale  di colui che “assolve” a prescindere, permettendo al primo la reiterazione del pensiero e del comportamento deviante.

 

Perché il buonista “salva tutti” ?

Il “troppo comprensivo” a tutti i costi, colui che assolve chiunque o trova comunque una giustificazione ( appellandosi a valori morali / religiosi ) davanti a situazioni palesemente scorrette, ha un forte bisogno di approvazione, di essere considerato una persona che non perde mai il controllo, la “bella persona” per eccellenza, particolarmente “risolto” ed  in pace con il proprio mondo emotivo. In realtà il funzionamento psicologico e comportamentale del buonista risponde alla logica dell’insicuro e della personalità estremamente fragile, razionale, controllata nelle parole e nei gesti , paurosa del proprio mondo emotivo che tende a rimuovere dalle parti “cattive” di sé, non accettandole ed evitando di riconoscerle.

Assolvere l’altro equivale alla possibilità di assolvere se stesso dai “cattivi pensieri”, secondo  meccanismi difensivi psicologici atti a preservare in realtà più l’immagine di sé come “privo di pensieri negativi”, quindi buono e candido,  che quella dell’altro.

Il meccanismo difensivo della Negazione: vedere  un evento sociale od una persona in maniera obiettivamente negativa può risultare per il buonista come un’esperienza inaccettabile e dolorosa , vedendosi costretto ad abbandonare la propria volontà di percepirsi come soggetto solo ed esclusivamente  portatore di “buoni pensieri pacifici”. Proiettare sull’altro “buoni pensieri” qualsiasi cosa faccia o dica è un modo per continuare a sentirsi degni di approvazione quasi supereroica da parte dall’esterno spesso, in effetti, non in grado di cogliere in realtà la fragilità che si cela dietro l’ipercomprensivo.

La personalità “sana” accetta anche le emozioni superficialmente considerate come negative, quali la rabbia, la delusione, la tristezza che, in realtà, non vanno rimosse o allontanate da noi , rivelandosi un grande bagaglio di conoscenza di sé, della propria scala di valori e criterio selettivo circa ciò che vogliamo o non vogliamo nella nostra vita. Accettarsi umani ci rende più facile anche sperimentare il reale interesse dell’altro verso di noi, la volontà di incontrarci anche con la nostra vulnerabilità e la completezza di una personalità composta da parti “buone” e “cattive”.

 

Effetti psico-fisici  dell’essere “troppo buoni”

 

Indossare la maschera del “buonista” comporta una notevole capacità nel controllare ogni parola, ogni emozione e qualsiasi manifestazione eccessiva a livello comportamentale, con un dispendio di energie decisamente notevole.

Andare “contro natura”, essere ed apparire ciò che non si è, con l’unico fine di salvaguardare la propria immagine di sé  per mantenere il proprio equilibrio precario di perfezione comporta quasi sempre una contro-ribellione somatica, avvalorando la tesi per cui “se posso controllare parole ed atteggiamenti , non posso controllare il corpo che dice sempre la verità di ciò che penso”.

 

I principali sintomi di chi assume un atteggiamento finzionale ipercomprensivo protratto nel lungo periodo si manifestano di solito sotto forma di:

  • cefalea
  • gastrite e colite
  • tensioni muscolari
  • ansia ( spesso ad insorgenza ciclica )

 

La pericolosità  dell’assunzione ragionata di un comportamento “buonista” rientra nella sua cristallizzazione nel tempo: entrare in una parte da recitare a se stessi ed al mondo esterno , seppur all’inizio viene percepito come “controllabile” e “reiterabile” (gioendo del successo a breve termine ottenuto grazie alla popolarità data dal riconoscimento della propria bontà ), a lungo termine porta al disconoscimento di sé ed alla strutturazione di un falso sé di cui diventa difficile liberarsi, alla stregua di una attore che, avendo recitato un ruolo per molto tempo, confonde se stesso dal personaggio.

 

Come uscire dal “personaggio” assecondante

 

Essere se stessi, accettandosi vittoriosi e fallimentari indipendentemente dall’approvazione dell’altro “a tutti i costi”, comporta un approccio psico-educativo all’accettazione di sé come “umano” secondo step precisi:

  • Rivalutare il significato di “Critica”, vedendone anche l’accezione positiva, quindi possibilità di esprimere un’opinione valutativa su fatti ed eventi sia assecondandoli che contrariandoli , non per questo sentendosi nemico del sistema
  • Rivalutare il significato di “Conflitto”: il conflitto non è necessariamente una modalità distruttiva di relazioni se ben gestito ed incanalato, ma da leggersi come una possibilità di affermazione del proprio sentire, nel rispetto dell’opinione del gruppo.
  • Incanalare l’energia conflittuale: Espellere da sé ed incanalare in modo sano le energie “negative” suscitate da sentimenti ed emozioni repulsive, quali la rabbia, il disprezzo ecc.  tramite ad esempio, “sfoghi” quali sport , palestra, corsa, attività che implicano la fuoriuscita di energie trattenute, aiuta a relazionarsi in maniera più genuina e spontanea con gli altri, potendosi permettere di esprimere anche il proprio dissenso senza contenere in maniera autodistruttiva energie già liberate con altre modalità.

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