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Novità e approfondimenti a cura della Dott.ssa Tumminia

Il “DIRIGENTE INFELICE”: “ho tutto, soldi quanti ne volevo, appartamenti, una vita di agiatezza e viaggi, donne se voglio, eppure non sono felice”

Perché accade? Il successo ottenuto per Motivazione o per Compensazione

Fanno spesso accesso agli studi terapeutici Dirigenti ed Imprenditori infelici, tanto più salgono il gradino del successo e dei riconoscimenti in carriera tanto più , spesso ma per fortuna ed ovviamente non sempre, è direttamente proporzionale il livello di insoddisfazione generale, in alcune situazioni poi tradotto in termini diagnostici sotto la forma provvisoria o cronica di esaurimento emotivo , depressione e/o doppie diagnosi cliniche associate.

Perché succede? Lo stesso smarrimento ed incomprensione tende ad enfatizzare e preoccupare il paziente “arrivato al top della carriera” che non riesce a trovare spiegazione alcuna.

Diviene allora importante per il terapeuta ricostruire la “storia familiare” del soggetto, da quando ancora abitava da ragazzo con i genitori indagando sulle aspettative, gratificazioni e/o rigidità genitoriali nei confronti dell’ “immagine di valore” del figlio e analizzando attentamente i vissuti di ritorno dello stesso di fronte agli atteggiamenti di madre e padre ( e/o altre eventuali figure di riferimento adulto presenti nell’ambiente di vita quotidiana incidenti sulla formazione della propria identità sicura.)

Sebbene ci sia una serie di concause che influenzi e formi un incastro inossidabile verso l’ “insoddisfazione al successo”, analizzerò un solo punto che trovo riproposto in molte terapie  in cui protagonista è stato il  “top manager infelice”:

la motivazione reale verso l’inseguimento del successo.

  1. non si rende conto che l’enorme successo raggiunto non si è alimentato di un nutrimento voluto e sentito , ma di una motivazione indotta di tipo compensatorio:

mi facevano sentire una nullità , non mi hanno mai gratificato nonostante fossi già da piccolo il primo della classe, me lo dicevano gli altri che ero bravo, tutti ma non i miei genitori, per loro era scontato che dovessi esserlo. Ma, invece, se sbagliavo , lo sottolineavano subito”.

La compensazione attuata, comunque costruttiva dal punto di vista della realizzazione personale ma da “rivedere” dal punto di vista emotivo-affettivo miscelando in maniera tendenzialmente autodistruttiva l’identità professionale con l’autostima personale, porta questa tipologia di paziente a dimostrare alle primordiali figure genitoriali “che si sbagliavano”, proseguendo il cammino verso l’ autorealizzazione spesso con un sottofondo di rabbia mista malinconia trovandosi a tifare da solo per se stesso,  forse con l’ inconscia speranza di essere finalmente meritevole di quell’amore mai sentito o, comunque, mal dimostrato.

Come è giusto impostare una terapia riparativa di tipo motivazionale con il paziente di successo ma infelice ? Portando ed accompagnando il soggetto verso una reinterpretazione motivazionale  di tipo costruttivo. Innanzi tutto partendo proprio dal successo ottenuto. Ora comunque qui ci sei arrivato . Partiamo dai punti di forza. Cosa vuoi farne del tuo successo? Cominciare a goderlo o dimostrare a vita cos’altro puoi ancora fare non assaporando mai i risultati ottenuti perché distratto dalla memoria storica?

E, soprattutto, far elaborare la rabbia inconscia presente ,ma non consapevolmente spesso, nell’attuale vita del paziente, lasciandola andare. In che modo?

Cercando di valutare la reale intenzionalità o meno dei genitori nel “far del male” non gratificando o screditando il valore del figlio: in che contesto vivevano? Avevano risorse emotive , cognitive, ambientali per capire quali vissuti stavano inducendo nel figlio? Che tipo di mentalità vigeva in quel contesto ambientale?

Far pace con il passato familiare è indispensabile per godere della realizzazione lavorativa in maniera autentica  e per non rovinare le nuove relazioni affettive amorose: abituare le mente a produrre “per meritare” riconoscimento e/o attenzioni dall’esterno distratto, significa instaurare relazioni ( spesso inconsciamente )  non fondate su un “dare  per amore” ma , di nuovo, su un “dare per essere riconosciuto e notato” sviluppando molto frequentemente personalità di tipo narcisistico basate quindi su un senso di inferiorità dato dall’insicurezza generata  da un’identità personale non sicura compensata tramite senso di grandiosità illusoria volta allo screditamento dell’altro /a, alla “messa alla prova”, riproponendo – secondo processi di “coazione a ripetere” – gli stessi meccanismi subìti .

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