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Novità e approfondimenti a cura della Dott.ssa Tumminia

IL PERDONO: quando fa bene alla psiche?

Quando non  insorge secondo tempistiche brevi, quando si concede di riconoscere e sentire tutte le emozioni negative (rabbia profonda , rancore , odio di fronte ad atti gravi), indispensabile per un’elaborazione reale, “precedendo” la trasformazione prima della sintesi emotiva in ricercata pace. Il Perdono “a tutti i costi”, per aderenza ideologica ma non sentito,  è preludio di disagio di personalità : incapacità di accettare le proprie emozioni negative tramite barriere difensive fintamente  “salvifiche”

 

“Perdono”  ed “accettazione”  non sono la stessa cosa.

In questi giorni si assiste ad un bombardamento di notizie giornalistiche su fatti di cronaca di crescente ed inaudita gravità , che portano ognuno a porsi  domande più  o meno simili: si può  davvero perdonare chi commette reati estremamente gravi , chi violenta una donna senza alcuna pietà , chi commette un assassinio sottraendo per sempre la vittima all’affetto dei cari,  chi stermina interi paesi con atti di terrorismo?

Senza scomodare fatti pubblici di estrema risonanza, forse è più facile darsi una risposta se pensiamo al quotidiano personale: e se un amico ti tradisse ad esempio rivelando un tuo importante segreto, se un partner fosse venuto meno all’obbigo di fedeltà , se un collega competesse in  maniera sleale, ora che riguarda direttamente te, saresti in grado di perdonare?

Prima  di rispondere alla complicata domanda, riflettendo anche sulle condizioni per cui la bontà del perdono riesca davvero a fare bene a chi lo applica, sottolineo che non a caso ho differenziato l’ “offesa pubblica”  dall’ “offesa privata”.

 

Quando la possibilità di Perdonare fa davvero bene alla  psiche, riscoprendosi come capacità  in potenziale in essere in ognuno di noi e quando crea , invece, danni ulteriori ad un’ego già  ferito?

Riflettiamo su questi punti:

  • Il Perdono è un atto Spirituale,  non un atto religioso,  ovvero un atto umano , profondo e soggettivo che  oltrepassa ed anticipa  l’appartenenza ad un gruppo religioso che, per l’essenza stessa dell’essere “gruppo” porta inconsciamente ( o consciamente) all’adesione di “suggerimenti comportamentali”. Non è necessario appartenere o appoggiare filosofie e credo religiosi spesso proponenti il perdono come atto di elevazione all’incontro con il soprannaturale pacificatore, possono  dimostrare capacità  immensa di reale  perdono atei, miscredenti e quant’altro e non sentirlo invece sentimento spontaneo gli altri, essendo atto libero da  categorizzazioni limitanti nella possibilità  di attuazione  o meno.
  • Che il Perdono sia “fatto  umano”, impregnato di vulnerabilità d’insorgenza “sentita”, si comprende anche dal carattere inversamente proporzionale nel suo meditato o non meditato esordio:  Sembra esserci maggiore propensione nel perdonare l’ “offesa pubblica” rispetto all’ “offesa privata”. Dunque per molti non è  la gravità  del fatto a determinare la  possibilità di “perdono”  ma quanto “tocca personalmente me”. I fatti di cronaca lo dimostrano : dopo l’indignazione generale si cominciano a cercare “attenuanti” interpretative,  molto difficili da  trovare “in breve tempo” quando a  subire siamo direttamente noi. E mi verrebbe da dire “ meno male”  perché  il perdono, per essere reale, ha bisogno di tempo.

 

  • Il Perdono nel suo manifestarsi ha bisogno di tempo, di elaborazione di un atto prevaricante vissuto come vero e  proprio lutto: deve vivere tutte  le emozioni negative

“sentite” prima di trasformarsi in possibilità  di assestamento emotivo.

 

Il RANCORE, ODIO , RABBIA PROFONDA,   non sono emozioni  contrarie  ed opposte alla possibilità  di Perdono “sentito”  , sono indispensabili per un’elaborazione reale,  perché  “precedono”  la  trasformazione e la sintesi emotiva,  ponendosi di fronte ad un essere umano “vero”, caratterizzato da sentimenti in contrasto prima dell’assestamento tradotto in scelta di serenità interiore.

 

  • Perdonare subito non è perdonare , venendo a mancare l’umana ed indispensabile condizione di poter prima vivere il contrasto in negativo che precede, rendendolo reale, il “perdono sentito” . Il Perdono “affrettato” è  una barriera autoprotettiva verso l’impossibilità di reggere i propri sentimenti negativi, rifiutati tramite azioni bonificatrici non reali , presto preludio di disagi di personalità :  disturbi psicosomatici, abbassamento dell’autostima, esaurimento nervoso ed atti di maggior pregnanza comportamentale.

 

CHI  SCEGLIE  DI  “non perdonare”  non sarà  mai in pace  con  se stesso?   Non è  detto.

Ciò che  permette  o meno di “trovare la pace” non  è necessariamente “concedere il perdono” all’altro , ma tenere conto della valutazione  soggettiva dell’entità  del danno subito.

Racconta un noto scrittore in un suo testo di non aver mai perdonato il padre neanche nel momento dell’estremo saluto,  ricordando episodi in cui, quand’era bambino  veniva  , senza motivo, legato ad  un albero e preso  a cinghiate proprio da colui che per natura lo avrebbe dovuto proteggere. Forse difensivamente  , forse no, sostiene di non averlo mai perdonato per il male psicologico e fisico subito nella reiterazione dell’ atto e  di essersi salvato  dall’ impazzire solo tramite il “non perdono”  vissuto come atto personale di  conservazione e  ripristino della propria  dignità .

Con gli anni poi, crescendo,  capì  che la  pace interiore  non l’avrebbe mai ottenuta  tramite  il perdono dell’altro come  mortificazione di se stesso, ma con l’accettazione  dei fatti secondo un soggettivo criterio interpretativo.

Accettare i fatti accaduti dopo un lungo tempo di elaborazione  , a volte è  criterio di sanità maggiore , perché  fondato su una verità  possibile, rispetto ad  un perdono ben difficile anche solo da immaginare. Perdono  ed  accettazione  non sono la stessa cosa.

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