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Novità e approfondimenti a cura della Dott.ssa Tumminia

Perché diamo un giudizio sbagliato sulle persone? Colpa dell’ “EFFETTO ALONE

Uno dei fenomeni più conosciuti e comuni nell’ambito della psicologia inerente al tema delle “distorsioni cognitive”, ovvero gli errori percettivi messi in atto prevalentemente in modalità inconsce osservando un oggetto esterno, è conosciuto come “effetto alone”.
Nel momento dell’incontro con l’altro, attivato dal prevalere di uno dei nostri cinque sensi ( in alcuni casi tramite l’interazione contemporanea di più sensi – vista, udito – ) , tendiamo a “fidarci” di un solo “tratto” del nostro percepito estendendolo, più o meno consciamente, alla generalizzazione di un tutto, senza nessuna correlazione logica in realtà .
è noto ad esempio, come riportato da risultati di ricerche attuate in ambito scolastico, come il “bambino bello”sia spesso considerato anche “buono”, tramite libere associazioni istintive e prive, in realtà, di riscontro mentale.
Colpisce come la stessa correlazione avvenga sia per opera di “menti ingenue”, come sono i bambini, sia da parte degli adulti, gli insegnanti, dimostrandoci quanto la sfera cognitiva sia basata su automatismi comportamentali di cui noi stessi non ci rendiamo conto, se non in un secondo momento quando, per esempio, ci risulta chiaro di avere preso una “gaffe”.
Nell’ambito del marketing indurre l’effetto alone nel potenziale acquirente è tecnica spesso appositamente studiata ed applicata con il fine di incrementare la vendita: associare il testimonial in voga al momento al prodotto da esporre sul mercato, aiuta ad incentivare il potere persuasivo circa la bontà dello stesso: “se lo compra anche il calciatore, sicuramente sarà una bevanda benessere: sportivo = benessere fisico”.
Lo stesso attuale successo di Facebook si basa sull’esposizione di sè creando un “giudizio” basato prevalentemente sull’ “effetto alone”: postare contenuti “teneri” e ” leggeri” attira riscontri, secondo la logica per cui ” se è sorridente ed allegro”è anche buono ed affidabile, ma non sempre è così.
Perché tendiamo a ” voler credere” alle nostre facili associazioni cognitive?
Perché abbiamo bisogno di certezze e chiarezza “immediata”.
È come se , differentemente dalle persone in base a sesso, età e ceto culturale, ma soprattutto in base all’esperienza di vita, volessimo “non perdere tempo” a capire chi abbiamo di fronte applicando, però, un “paradosso comportamentale” : per la fretta di non sbagliare, sbagliamo.

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